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la questione serba e

la crisi del kosovo

Stefano Vernole 

pp. 192 - € 18,00

Malgrado la presenza di un esercito internazionale d’interposizione, il cosiddetto UCK ha provveduto ad espellere dal Kosovo e Metohija quasi tutte le minoranze non albanesi (circa il 20% degli attuali abitanti), cioè 240.000 persone, di nazionalità serba, montenegrina, turca, rom, ebraica, egiziana, gorana (cioè slava-islamizzata), croata e albanese (alcuni appartenenti a quest’ultima comunità sono stati infatti considerati "collaborazionisti" di Belgrado e, stando ai dati forniti dal portavoce della KFOR Ole Irgens, delle 130 persone rapite nei soli primi cinque mesi di amministrazione internazionale, almeno 40 risulterebbero albanesi).

Di costoro, solo poche centinaia di serbi sono finora riusciti a rientrare, sostenuti dal forte attaccamento che da sempre li lega alla loro terra, ma nel sud del Kosmet sono costretti a vivere in piccole enclavi costantemente sotto assedio.

La situazione di maggiore tensione è però quella della città di Kosovska Mitrovica, al Nord, dove la comunità serba è più numerosa e il contingente francese che presidia il ponte sul fiume Ibar la separa dalla maggioranza albanese.

Al dramma umanitario dei profughi, bisogna aggiungere la distruzione di circa 150 chiese e siti religiosi ortodossi, un danno profondo non solo per la cultura serba ma per tutta la cristianità medioevale.

Sotto la spinta della parte occidentale della Comunità internazionale, cioè gran parte dell’Unione Europea più gli Stati Uniti, il governo albanese di Pristina ha proclamato unilateralmente il 17 febbraio 2008 la sua indipendenza dal resto della Serbia.

Questo processo di secessione trova però enormi difficoltà ad essere legittimato dalle Nazioni Unite, dove il veto russo-cinese blocca l’ingresso del nuovo Stato kosovaro in tutte le organizzazioni diplomatiche multilaterali, per cui i riconoscimenti avvengono solo su iniziativa delle singole nazioni.

Rimangono, inoltre, ancora sul tavolo tutti i pericoli derivanti da un possibile "effetto domino" che la dichiarazione del 17 febbraio rischia d’innescare, non solo nella penisola balcanica ma anche nel resto d’Europa. [dal testo]

 

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