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problemi di critica hegeliana

in italia

le loro origini da stefano cusani a giovanni gentile

Renato Pallavidini

pp. 135 - € 15,00

Oggi che il comunismo è soggetto alla stessa condanna che ha colpito il fascismo alla fine del secondo conflitto mondiale, non è, forse, difficile spiegarsi il fastidio provato nei confronti di Hegel da una parte non piccola di “addetti ai lavori”; come filosofia della prassi, infondo, interpretava il materialismo storico Lenin e come filosofia della prassi interpretò, da subito, il fascismo una cospicua parte dell’intellettualità filosofica che vi aderì. La comune radice filosofica dei due modelli politici in Italia permette di comprendere nella loro intima drammaticità (oltre che nel loro eventuale opportunismo) una serie di passaggi al comunismo al momento della caduta del fascismo, sui quali si sofferma poco benevolmente Pallavidini; passaggi che, se menzionati, fino a una trentina di anni fa, provocavano imbarazzo, oggi scatenano l’accusa nei confronti di chi li ha compiuti, di aver posseduto una mentalità comunque “totalitaria” (come dimostrerebbe il passaggio dal fascismo al comunismo). Nell’èra il cui indice filosofico è il razionalismo critico di Popper, non c’è da stupire che la filosofia della prassi sia poco popolare; anche perché essa evoca immagini di controllo pubblico delle dinamiche economiche invise all’opinione pubblica più à la page, un’opinione pubblica che, per citare il teologo torinese Umberto Casale, non crede più al dio uno e trino, ma crede incondizionatamente nel dio quattrino.

dalla Prefazione

di Francesco Ingravalle

 

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